Conati di vomito. Fiumi acidi attraversano il cervello grigio per sfociare in un abisso d’immagini a risoluzione fin troppo alta. Il racconto breve della mutua distruzione, nella descrizione imbarazzata di un autore impreparato, è sangue che sgorga da una ferita autoinflitta. E se l’ovatta confina il flusso disperato di un male in espansione, l’immagine serrata nella camera degli specchi taglia sempre più in profondità. Sinfonie stonate in sottofondo producono echi distorti che si incrostano nelle fibre ossee, accompagnando il corpo verso il suolo. Due miserie simbiotiche respirano reciproche mediocrità, si alimentano l’una dei resti dell’altra, fino al punto in cui di quell’equilibrio perverso rimane soltanto un'immagine riflessa.
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