venerdì 17 febbraio 2012

Conati

Conati di vomito. Fiumi acidi attraversano il cervello grigio per sfociare in un abisso d’immagini a risoluzione fin troppo alta. Il racconto breve della mutua distruzione, nella descrizione imbarazzata di un autore impreparato, è sangue che sgorga da una ferita autoinflitta. E se l’ovatta confina il flusso disperato di un male in espansione, l’immagine serrata nella camera degli specchi taglia sempre più in profondità. Sinfonie stonate in sottofondo producono echi distorti che si incrostano nelle fibre ossee, accompagnando il corpo verso il suolo. Due miserie simbiotiche respirano reciproche mediocrità, si alimentano l’una dei resti dell’altra, fino al punto in cui di quell’equilibrio perverso rimane soltanto un'immagine riflessa.

Berlin Tegel


Immensi infiniti grovigli di melma sociale rappresa. Gli aeroporti e l’era dei voli low cost: il binomio diabolico che erutta mostri come algoritmi generativi in for-loops omicidi.
Si dividono e si organizzano autonomamente nello spazio: nodi indistricabili di travi metalliche alte due metri e lamiere grecate di terza scelta, luci al neon, pannelli di carta di riso a imitare muri e porte a norma di legge dividono l’immensità e indefinitezza della sala d’aspetto (decorata con una frizzante casualità da tristi file di fredde grigie ripetitive sedute sporche alternate a relitti della società e poliziotti in divisa in pensione e zoppi ebrei barbuti dal cappello a tesa larga) dai servizi, separando alla vista defecazioni letterali e figurate.
A questi s’intersecano gli enormi condotti d’aerazione, bianchi, di plastica laccata, i fili che appendono i pannelli di segnaletica gialla sgargiante e invisibile, gli schermi al LED non troppo piatti testimoni dell’inarrestabile e istantanea obsolescenza che caratterizza il mondo.
L’ebreo marca confusamente con i passi l’infinità e l’insignificanza dello spazio, collezionando insulsi foglietti inutilmente informativi dagli stand delle compagnie aeree.
Tappeti rossi in materiale sintetico invitano i possessori di carta d’imbarco prioritaria a percorrere un sentiero più colorato con destinazione metal detector, appena oltre il ciuffo riportato del transgender al banco di accettazione.
Appesantiti dall’età e dalla barba, camminano lentissimi. La grazia e la calma e l’intimità che li caratterizzano restituiscono un senso di pace quasi disarmante.
Lui, nel frattempo, raccatta rifiuti di bottigliette di plastica dai cestini e vaga, anziano paranoico segugio del ventunesimo secolo, alla ricerca del prossimo imperdibile brivido di caccia.
Tre coppie di estranei coetanei di terza età si scrutano impettiti come pavoni nella stagione dell’amore, con reciproco disprezzo per la condizione dell’altro e sotteso sollievo al richiamo della propria alla mente.
La passerella di plastica offre in rewind l’elegantissima uscita di scena di una hostess e uno stuart, che la esorta ad avanzare a forza di simpatiche e disgustose pacche sul culo.
Le hostess al banco d’imbarco sono le cassiere al supermercato del futuro, che in realtà è già fin troppo prossimo: iper-truccate nella loro comfort zone di plastica metallizzata colorata di rosso al fianco di nastri di gomma trasportatori di bagagli verso il buco nero di un destino incerto, vendono al turista del terzo millennio chili di souvenir e felicità.